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Barolo come rosso di riferimento | A Gipsy in the Kitchen

Barolo come rosso di riferimento

* Di Gloria Ines Colombo
In cielo la luna appesa si specchiava nel lago artificiale di una diga buia e imponente. In quella sera di primavera e povera di stelle le montagne intorno a noi erano silenziose e immense.
Al ristorante dell’Hotel Posta, sul passo dello Spluga, tutti parlavano sottovoce seduti ai tavolini apparecchiati con tovaglie bianche immacolate. I leggeri calici di cristallo suonavano come campanellini lontani.
Non per vantarmi, ma io il Barolo l’ho capito al volo. Non per merito mio. E’ stato così e basta. Inspiegabile. Ha toccato corde profonde e da allora è rimasto il mio rosso di riferimento.
Non parlo di preferenza ma di rispetto profondo.
Proprio per questo non riesco a perdonarmi di aver aperto l’altra sera una bottiglia di Barolo Cerequio Michele Chiarlo 2012 che meritava di riposare ancora un pochino.

Barolo Michele Chiarlo | Barolo come rosso di riferimento | A Gipsy in the Kitchen

Nebbiolo in purezza.
Due anni in botti di rovere e 15-16 mesi di affinamento in bottiglia.
Eravamo impazienti. Al primo assaggio sembrava spento. Debole nel profilo olfattivo e nella struttura. Lo abbiamo lasciato ossigenare mentre a tavola si parlava di gite in montagna e di fuochi accesi. Le patate al forno e il profumo di rosmarino. Le rape bianche e la senape. No, non erano i suoi compagni ideali a tavola.
E’ rimasto timido nel suo calice, poi lentamente ha preso coraggio, a testa alta si è fatto notare per la sua indole austera e fiera. Frutta rossa, rabarbaro, vaniglia e polvere di caffè. Acidità e tannini, ancora non perfettamente bilanciati, lasciano intuire l’evoluzione in un grande vino.
Non ho saputo rispettare il tempo del Barolo.
Mi restano impressi i suoi colori. Il rosso granato, le ombre arancioni.
La memoria che corre alle Langhe, alle colline punteggiate di piccoli borghi, tra boschi di noccioli e sentieri umidi di tartufi.
Ci sono vini che sono da concerto, che piacciono a tutti, fanno i fuochi d’artificio.
Il Barolo no. E’ regale, non alza mai la voce, sta parlando solo a te.
Come succede nella vita, anche il Barolo ha conosciuto alti e bassi. Non è sempre stato il vino figo che se la gioca in qualità e prezzi con les vins magnifiques d’Oltralpe. Era il vino dei contadini narrati da Cesare Pavese, incompreso e svenduto sottocosto. A lungo sotto i riflettori e oggetto di sospetti (si diceva che era tagliato con le uve provenienti dal meridione).
Se oggi paghiamo 70/80 euro per un Barolo possiamo ringraziare Angelo Gaja. Dico davvero, non solo perché ci sono bottiglie che se li meritano tutti, ma perché è stato il primo a credere nel suo valore. In molti hanno seguito il suo esempio e, grazie al lavoro onesto di tanti produttori, oggi il Barolo è il re dei vini.
“Robi, buono questo vino!”
“Tesoro, stai bevendo un Barolo”
Non ricordo bene l’etichetta e l’annata, c’era scritto Sorì qualcosa, ma ricordo che ho finito la serata con le guance rosse e innamorata per sempre.

Courtesy of VinitalyWineClub 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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