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Disimparare. La prima regola del femminismo contemporaneo | A Gipsy in the Kitchen

Disimparare. La prima regola del femminismo contemporaneo

“It takes years as a woman to unlearn what you have been taught to be sorry for. It takes years to find your voice and seize your real estate.” — Amy Poehler

Quanto vi colpisce questa frase?

Si fa davvero in fretta a parlare e scrivere di GirlPower, è relativamente facile e anche un po’ scontato a dirla tutta. Più difficile è ammettere che noi donne cadiamo molto spesso nelle spirali maschiliste con le quali siamo cresciute e non ce ne rendiamo conto, succede in automatico.

Da quando milioni di donne sono scese in piazza negli Stati Uniti e in tutto il mondo in occasione della WomenMarch continuo a chiedermi incessantemente per quale ragione un tale movimento sia stato quasi sminuito a una pura questione SOLO femminile o Anti qualcosa, in questo caso Trump. Dentro quelle manifestazioni però c’era e c’è molto di più, un messaggio “sovra politico” e la Crusca mi perdoni per tale neologismo; quel “sovra” cui mi riferisco è strettamente legato ai diritti umani ed è stato in grado di attraversare ogni cliché di genere perché c’era di tutto, tutto quell’universo liquido legato all’identità sessuale e razziale nonchè personale e religiosa sulla quale non è davvero più possibile porre delle limitazioni o nascondere la realtà sotto un tappeto. Là fuori c’è una multiculturalità di persone che chiedono di amare e vivere rispettando il loro vero essere e chi diamine sono io -donna etero di razza caucasica- per dire loro che solo io sono giusta? Cos’è giusto? Cosa? Hanno già provato a definire la razza pura e non è finita tanto bene. Uno dei comandamenti fondamentali del mio Credo è “ama il prossimo tuo come te stesso”  la più grande difesa dei diritti mai proclamata e difatti l’ha detto Gesù, il Messia per i cristiani un grande profeta per le altre grandi religioni monoteiste, in sostanza siamo cugini di primo grado. Think about it.

Torniamo alla Womenmarch. La sensazione che ho avuto, facendo i conti con il lungo prologo di cui sopra, è che le donne o l’essere femminile, rappresenti -ancora- la “minoranza”e nonostante i proclami sull’identità di genere eccoci lì, in piazza, a difendere il nostro corpo, il nostro diritto alla salute, il nostro diritto a vivere in modo sicuro e tranquillo. L’hanno urlato in faccia a Trump per ovvi motivi, ma chi marciava quel giorno lo faceva anche per coloro che non han potuto farlo, per chi non ha capito che avrebbe dovuto e anche per i disinteressati cronici. Si chiama democrazia, non elitè come ho letto qua e là. Non mi interessa se la “pancia del paese” qualsiasi paese è xenofoba o quello che gli pare: si scende in piazza anche per dimostrare che esiste altro, c’è altro e questo altro chiede, vive, respira, pensa e immagina. Dove sta il problema? Se son state le donne a organizzarsi è perché DA SEMPRE sono le cosiddette CareGiver, le mamme, le sorelle premurose, le mogli devote…ma anche e soprattutto le zoccole, le figlie di troia, le bionde sceme, le gatte morte, le deboli, le stronze, le fighe di legno, le vallette, le succhiacazzi, le isteriche, le superficiali, devo continuare o vi basta?  Son scese in piazza le donne perché nonostante il così detto progresso siamo sempre sotto attacco. Punto. E dato che ci siamo abituate  a questo attacco, allora viene naturale coalizzarsi anche con chi si trova nella nostra stessa situazione “di minoranza”. La vera notizia è che oramai ci sono tantissimi uomini che scendono in piazza con e per le donne, moltissimi, sempre di più, sempre più coesi e pronti a difendere e resistere un concetto che prendo in prestito dalla Davis “POWER AND EQUALITY”, la brutta notizia è che sembrano essere trasparenti per i media e lì ti sale la carogna per quella tecnica storica nel riuscire a travisare i fatti.

Aneddoto: in un commento sotto un articolo -pessimo- di Vanity Fair Italia ho letto commenti inimmaginabili -scritti da donne- il più esilarante è stato: “Dov’erano i loro mariti”; il face palm parte in modo autonomo.

Disimparare. La prima regola del femminismo contemporaneo | A Gipsy in the Kitchen

Ciò che mi abbatte a livelli improbi son le sovrastrutture che noi donne abbiamo: la frase che apre l’articolo è potentissima e tanto vera, troppo. Viviamo in un mondo di sovrastrutture create apposta per relegare in femmineo in una bolla rosa e possibilmente santa; chiunque avesse una vagina, almeno in Italia, non ha potuto votare fino al 1946 e solo allora abbiamo avuto pieni diritti, però ci siamo dovute sorbire le scelte di altri e quegli altri erano maschi, adulti, ricchi e si suppone intellettuali. Tralascio altre questioni  introdotte in forza di legge pochi anni fa perché quando lo scopri ci rimani male. Tralascio anche tutte le volte che leggo “mamma manager” o “la mia forza è l’amore”, “la fidanzata fisico nucleare di Piripicchio” perché se una ha le controovaie e s’è fatta un mazzo tanto deve per forza essere pure l’angelo del focolare, altro non è contemplato, altrimenti si manda in vacca l’immaginario collettivo.

Per cui c’è da difendere sempre chi scende in piazza per preservare i diritti di tutti e non è una questione (solo) politica, è proprio una questione legata alla condizione e alla evoluzione umana. I diritti sono inalienabili? Forse. Ho capito che non si devono dare per scontati perché ci sarà sempre qualche stronzo pronto a prendere decisioni scellerate per tutti/e per cui bisogna fare moltissima attenzione.

Sono femminista? Sì, e non lo sapevo. L’ho scoperto da grande e sto facendo una fatica terribile a disimparare perché liberasi dei cliché è davvero dura, un processo faticoso e frustrante. La più grande sfida del femminismo moderno è   liberarsi di ciò che negli anni ti hanno insegnato rispetto al tuo essere donna o all’immagine che dovresti dare all’esterno. Chi se ne frega del GirlPower, o meglio, non basta affatto: puoi essere ciò che vuoi, ma prima di tutto sii conscia di ciò che vedi e senti intorno a te e dentro di te, la questione non è accettare ciò che è normale, ma ciò che è giusto e il giusto non è giudicabile, è giusto per definizione ed è strettamente collegato alle libertà individuali e aggregate. La mia libertà finisce dove comincia la tua, la libertà è un complesso insieme di regole civili che mirano a promuovere il bene e la crescita in modo oggettivo/laico. Alla base di tutto ciò ci sono i diritti e per questo che la frase “Women rights are Human rights” ti fa riflettere e andare molto più in là del tuo naso, ti fa uscire di casa, ti fa leggere la realtà in modo globale, ti fa volare sopra i confini e sì, ti incazzerai molto più spesso, ma sarai disposta a usare ogni mezzo in tuo possesso per diffondere questo messaggio e starai più attenta a tutto partendo dal tuo corpo e dal tuo vissuto. Può darsi anche che ti darà molto fastidio difendere qualcuna che non ti sta simpatica, ma non si discute, se è giusto farlo SI DEVE FARE (per un’istantanea vediamo il flame Diletta Leotta)

Siamo le pronipoti di quelle che avete messo al rogo come streghe: tremate, perché siamo tornate o, forse, non ce ne siamo mai andate, ma adesso siamo molto, ma molto più incazzate”

Per vostra info l’8 marzo di scende in piazza anche qui nella bella e distopica Italia, se non puoi / vuoi scendere il piazza allora sciopera. Se non ti va di fare nulla di ciò allora parlane e discutine, se non ti va manco di parlarne allora dona ad associazioni femminili, ci sono molti modi per fare qualcosa, foss’anche leggere, informarsi, andare oltre le post-verità, soffermarsi e ragionare.

QUI  il link a NON UNA DI MENO.

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