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Il vino è un luogo. | A Gipsy in the Kitchen

Il vino è un luogo.

*Di Gloria Ines Colombo

Bruciato Guado al Tasso 2015, Marchesi Antinori.
Quella sera a Pisa l’eco dei miei passi suonava sinistro.
«Possibile che non ci sia in giro nessuno?»
«Proviamo ad andare verso il centro»
«Quale centro? Stiamo girando da due ore e non abbiamo incontrato un’anima».
Quando siamo sbucati nella piazza della Normale avevo la sensazione di essere osservata. Tutte quelle finestre con le ante aperte sulla piazza deserta sembravano occhi. Un po’ si rideva e un po’ mi sono spaventata sul serio. Poi abbiamo trovato un ristorantino meraviglioso e appena mi hanno versato un calice di Flaccianello, Sangiovese in purezza, mi sono sentita subito meglio. Anzi, a fine serata ero del colore del Sangiovese.
E’ andata anche meglio a Firenze. In piedi tra la facciata del Duomo, il Battistero e il campanile di Giotto. Con la testa all’insù guardavo le mattonelle di marmo a righe verdi, bianche e rosa. Immaginavo rosoni e bifore disegnare coni di luce colorata nell’oscurità della cattedrale. E mi sentivo così immersa nel rinascimento che quasi mi aspettavo di veder girare per le strade uomini in calzamaglia e mantello di velluto. Il tempo è volato. Quando ho abbassato la testa, Firenze allungava le sue ombre sull’Arno e il Ponte vecchio. Si è fatto buio in un attimo. A passo svelto abbiamo raggiunto il ristorante che ospitava una degustazione di Brunello di Montalcino. Il calice scintillava di rubini, i profumi erano intensi e il vino scivolava come seta.
Il vino è un luogo. | A Gipsy in the Kitchen
E questo è tutto quello che voglio dire sui vini toscani. Perché il vino per me è sopratutto un luogo, un istante. Qualcuno passa, altri mi restano appiccicati per sempre.
No, tranquilli, non vi annoierò a morte sul taglio bordolese, sui Supertuscan o sulla polemica del gusto internazionale creato ad arte per vendere all’estero.
Vi dirò solo che nel confronto tra i vini italiani e quelli francesi ho sentito spesso gli esperti lamentarsi del fatto che in Italia mancano le grandi maison capaci di fare massa critica. Vero. Le nostre cantine nella maggior parte dei casi sono piccoline rispetto a quelle d’oltralpe, ma anche la flotta del vino italiano può schierare qualche corazzata.
Marchesi Antinori.
600 anni di storia e 26 generazioni di sangue blu alla spalle.
1900 ettari coltivati in Italia (perché poi ce ne sono altri 600 nel mondo)

Giusto per fare un confronto con un nome che conosciamo più o meno tutti, Moët & Chandon (gruppo LVMH) ne coltiva in Champagne 1190.

Il vino è un luogo. | A Gipsy in the Kitchen

Una storia di fedeltà al territorio ma anche di scelte coraggiose e innovative che hanno contribuito a rifondare l’identità del vino toscano. Due etichette su tutte.
Tignanello (the wine that changed the face of Tuscany, Wine Spectator)
Solaia (wine of the year 2000, Wine Spectator)
Sono sospesa tra l’inverno e il richiamo della primavera. Fuori piove a dirotto e il vento sta piegando l’esile fusto del mio piccolo ulivo. Così cucino bignè alla crema e mi verso un calice di Bruciato Guado al Tasso 2015, Marchesi Antinori. E’ il “fratello giovane” della compagnia dei Bolgheri IGT.
Cabernet Sauvignon 60% Merlot 30% Syrah 10%
Sembra di stare a Bordeaux, invece siamo a Bolgheri, sulla costa toscana, 80 km a sud ovest di Firenze.
Dalle colline della omonima Tenuta contempla i riflessi azzurri del Tirreno. Per 8 mesi in barrique e altri 4 di affinamento in bottiglia.
E’ il rosso di una tela di Raffaello. Apre con note di marmellata di amarene e gelso, avvolgenti le spezie dolci e lievemente tostate. Al palato è morbido, rotondo e armonioso nei tannini.
OK, forse non sarà uno Chateau Lafite-Rothschild ma se chiudo gli occhi sono in Toscana, sono a Firenze, per un attimo ancora con la testa all’insù.

Courtesy of VinitalyWineClub

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