Una palla di rabbia.

Brie in queste notti mi si addormenta sempre attaccata. O meglio: aspetta che io mi addormenti e poi scende nella sua cuccia accanto al nostro letto, ma prima si assicura che io sia serena nelle braccia di Morfeo. Mi spiaccica il suo collo accanto al mio viso e quel culottone peloso attaccato alla mia pancia. E sta così, fino quando non prendo sonno.
Forse lo sente anche lei. Forse sente questo dolore a cui non riesco a dare un nome, e che ancora pulsa vivo dentro di me, trasformandosi in rabbia.

Il 1 settembre siamo costretti a porre a termine la gravidanza e a far volare via la nostra piccina. Il mese successivo è lo shock, non ti rendi ben conto davvero cosa sta accadendo. Senti un male all’anima così invadente che si trasforma in fastidio fisico.  Chi ti sta vicino non sa come e cosa fare: le chiedo come sta?faccio finta di niente?
Non importa un granché in realtà. Perché comunque entrambe le soluzioni non vanno bene: mi chiedi come sto, e come vuoi che stia. Non me lo chiedi, sei uno stronzo insensibile.

Di base il primo mese ti riempi la giornata della qualunque. Mangi tutto quel sushi che non potevi mangiare e bevi vino a fine giornata per alleviare il colore della sera. Ogni minuto è scandito da incombenze e quando non c’è nulla da fare ti inventi qualcosa, perché no, ferma proprio non riesci a stare.
Passato il primo mese, iniziano ad arrivarti frasi come ” devi mettertela via”. Oppure ” prova a parlarne con uno psicologo”.
Come se bastasse. Come se davvero potesse bastare.
Il fatto è che non basta niente.
Ma non è vero nemmeno questo.
L’unica cosa che riesce a farti sentire meglio è parlarne con qualcuno che capisce il tuo dolore, ovvero qualcuno che ci è già passato…perchè solo vivendo questo lutto si riesce a capirne la portata.
L’unica cosa che allevia questa sofferenza sono le braccia del mio compagno, il suo orecchio sempre vigile ma soprattutto la sua stessa – paradossalmente – tristezza: perché per me è stata quella la “wake up call” più importante.
Capire che chi amo più della mia vita non solo stava soffrendo per la perdita della nostra bimba, ma pure per il dolore che la sua compagna stava attraversando e che inerme doveva solo accettare,

E allora è quando decidi che devi tirarti su e far ripartire la baracca che scatta quel sentimento ignobile, potente e distruttivo che è la rabbia.
Io la sento. la sento pulsare in me ogni mattina ed ogni sera. La sento quando guardo il calendario e mi rendo conto che oggi saremmo entrati al nono mese.
Ti chiedi: perché a noi?

Ed è la domanda più insulsa e stupida che tu possa porti perché non solo non si troveranno mai risposte, ma nemmeno soluzioni.
Quindi?

Quindi sono arrabbiata ed è un gatto che si morde la coda: perché la rabbia è un sentimento che non mi appartiene. Eppure è presente in maniera vivida dentro di me. E più me ne rendo conto più mi arrabbio per essere arrabbiata. E non ne vengo a capo.

Quindi andiamo avanti. Mattine si, mattine no. Giorni buoni, giorni in cui il cielo pesa di più. Voglia di mare e voglia di casa. Tempesta e deserto.
Nella violenza di questi stati d’animo chiudo gli occhi e cerco di far tornare davanti agli occhi quelle piccole manine chiuse a pugno dell’ultima ecografia. Chiudo gli occhi e immagino quelle microscopiche manine sul mio cuore.
Sensazioni lievi, ma al tempo stesso in grado di contrastare per un po’ la burrasca di cuore spezzato e risposte non trovate che albergano dentro di me.

Vado avanti, passo dopo passo. Rifacendo esami, aspettando responsi. Mangiando, dormendo, sorridendo e cercando di scostare il pensiero.Domandandomi se mai accadrà di nuovo, di aspettare un figlio, come si farà ad essere leggera nel ripetere tutto, nell’accogliere una nuova vita. Cercando di non far scappare le speranze che ancora illuminano qualche sogno, ma che con fatica si ancorano in qualche fondale del mio essere.

Di una cosa sono certa: Aria è. Punto. La nostra figlia desiderata, il sogno, la nostalgia.

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