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non esiste il cattivo tempo, solo vestiti sbagliati.

Dalla Nostra Redazione, Giulia Piazzi
https://www.instagram.com/giuliastudio_/

La prima volta che ho visto Oliver ero stremata. Ero felice di una felicità difficile da raccontare e lui era minuscolo un po’ blu e poi sempre più roseo con gli occhi semi chiuso e il collo che ancora non era nascosto da doppio mento e guance.

Qualche ora dopo il parto ci hanno spostato all’hotel dell’ospedale perché qui in Norvegia funziona così: per le prime 72 ore del bambino sei ospite in hotel. Un hotel gestito da ostetriche che ti seguono e coccolano, che ti indirizzano nelle prime ore da genitore.
Di quei tre giorni ricordo con affetto le abbondanti colazioni, quei venti minuti in solitaria con il mio corpo un po’ dolorante e la testa bombardata da ormoni. Mi sentivo in una bolla: ero felice, ero grata, ero curiosa.
Jørgen ha gli occhi blu e una faccia buona che mi crea dipendenza. Ha un corpo grande e una testa stupenda. Un vissuto sano di messaggi sani e consegne giuste. È la persona con cui mi sono salvata, la restituzione che la vita mi ha donato.
La prima volta che le nostre esistenze si sono incrociate, siedevamo in un parco a Copenaghen, era l’ora del tramonto di un venerdì sera di luglio del 2013 e mai avrei pensato sarebbe diventata la mia persona preferita in questa vita.
Solo due anni dopo ci siamo ritrovati e scelti e dopo un altro anno di visite reciproche e week end in giro per l’Europa, iniziava la nostra convivenza qui, al nord del mondo.
Trondheim si affaccia su un fiordo, è una cittadina di case in legno e tetti spioventi. Fin dalla prima visita ho notato un’atmosfera un po’ ovattata, una calma pacifica e terapeutica e un popolo tanto lontano da noi; estremamente affascinante ai miei occhi.
Qui ho compreso e accettato che a volte le cose sono semplicemente diverse. Non c’è un meglio o un peggio, non c’è un giudizio. C’è comprensione.
I norvegesi sono persone estremamente timide, non è freddezza ne maleducazione. Hanno un linguaggio fisico e verbale diversissimo dal nostro e all’inizio può essere intimorente e scoraggiante.
I norvegesi hanno bisogno di un loro spazio vitale, non parlano con gli estranei, non fanno convenevoli, temono le chiacchiere spicciole e non cercano interazioni, anzi, spesso le evitano. Possono ascoltarti per interi minuti senza battere ciglio, senza muovere un muscolo del viso.
Certo che per noi che partecipiamo alle vite altrui con le nostre espressioni, le nostre mani e i nostri sospiri, può essere scioccante inizialmente ma questo è il loro modo di essere.
È proprio il modo per farti sentire benvenuta, trattarti come una di loro.
Perché se c’è una cosa bella in Norvegia è che tutti sono considerati uguali.
C’è un senso di comunità fortissimo dove tutti sono involti nel contribuire alla società.
A scuola i bambini non ottengono voti fino ai 12 anni, se qualcuno eccelle in una materia è invitato ad aspettare che tutto il gruppo arrivi al risultato. Negli sport di squadra non esiste che un bambino non venga fatto partecipare perché meno talentuosi dei compagni.
Questo uccide molto i talenti ma il gruppo, la società, l’uguaglianza non di opportunità ma l’uguaglianza nei risultati è il fondamento di questo popolo.
In due anni di vita in questo paese dalla bellezza mozzafiato, pieno di rituali e tradizioni, ho stravolto la mia quotidianità, accolto accadimenti assolutamente non programmati e cercato di ambientarmi.
Voglio appartenere!
Occhi attenti e cuore spalancato, faccio mia metafora per la vita quello che i norvegesi dicono parlando del tempo: DET FINNES IKKE DÅRLIG VÆR, BARE DÅRLIG KLÆR – non esiste il cattivo tempo, solo vestiti sbagliati.
Provo forte gratitudine pensando che i miei figli cresceranno in questo paese.
Alla vita che è bizzarra.
Al destino che mi ha portata qui.
All’impegno, la cura e il forte amore che attivo ogni giorno, Skål!
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