Elogio alla paura e l’antidoto per non evitarla.

Dalla nostra redazione, Silvia Grasso

Quasi cose, quasi-corpi.

Novembre.

La mia rubrica si sta delineando, autonomamente, come un diario mensile che rapido scandisce le stagioni della vita attingendo a tutto quello che scorre attorno a noi. Lo ammetto (e sarà certamente una deformazione professionale): per me, non c’è niente di più esaltante di quando le cose inanimate prendono loro vita propria. Ed effettivamente, mi capita spesso di essere condizionata dalla presenza delle “cose”. Non importa quanto possano essere inanimate o immobili, per me sono vive, ingombranti e logorroiche e, naturalmente mi inseguono. Poi, all’improvviso , si fermano lasciando spazio a nuove cose il cui processo di formazione è spesso lento, confuso, a volte doloroso altre volte eccitante, ma sempre prende corpo per poi, a volte, dileguarsi. Le nuove cose possibili, quelle invisibili ma esistenti, sono le mie nuove ossessioni e le mie nuove opportunità.

Pensateci bene: pensate a quante cose caratterizzano la nostra esperienza fino a condizionarla e modificarla. Pensate a quante cose accadono indipendentemente dalla nostra volontà e dalle nostre scelte, accadono, perché semplicemente devono, e noi, difficilmente, possiamo fare qualcosa di diverso che subirle e affrontarle.

 Ogni cosa che ci circonda esercita una dolce azione di transizione, spesso forzata, a volte temuta, sempre inevitabile. Ma le cose non sono semplicemente cose fisiche…

Nella filosofia moderna, si è delineata un affascinante ambito di ricerca che, partendo dalla Nuova Fenomenologia proposta da Hermann Schmitz, si concentra sullo studio delle atmosfere identificate come quasi-cose.

Le quasi cosesono molteplici e possiamo tentare di definirle così: sono i sentimenti diffusi negli spazi, invisibili ed inevitabili, che accolgono le nostre vite, le strapazzano e attraversano, le condizionano e ci guidano a nostra insaputa. La questione è pregnante di argomenti filosofici impliciti da discutere, ma lasciando da parte i tecnicismi per gli addetti ai lavori, la questione ha a che fare incredibilmente con le nostre vite e, nello specifico, con le nostre scelte.

Troppo spesso ci capita di lasciarci soffocare dagli eventi o, peggio, troppo spesso ci capita di rinunciare a prove importanti solo per timore di non farcela, per il peso insopportabile di un probabile fallimento in agguato, solo per timori irrazionali che ci iper responsabilizzano

La lista delle non-cose è densa e, potenzialmente, infinita e tutte entrano in comunicazione con il corpo di chi le percepisce plasmandone l’esperienza.

Quasi-cose sono i sentimenti, le emozioni, la vergogna, lo sguardo dell’altro, l’ascolto dell’altro, la luce e l’oscurità, il dolore e la paura. Sì, persino la paura.

A proposito: pochi giorni fa, ho chiesto ai miei contatti su Instagram di parlarmi delle loro paure. Sapete cosa ne è venuto fuori? La maggior parte (tra i giovanissimi), ammetteva candidamente di non avere paure, di essere disposti ad affrontare tutto, intrepidi e spavaldi, perfettamente in linea con gli imperativi categorici della società che ci solletica invitandoci a diventare macchine infallibili. Ebbene, credo sia necessario sottolineare la bellezza vitale e necessaria di quella quasi-cosa che è la paura. Accarezzarla è il primo passo inevitabile per superarla. Accarezzate le quasi-cose e riflettete sulle atmosfere. Anzi, riflettiamo sulle paure condivise e comunichiamole, sempre. L’inevitabile rimarrà inevitabile ma noi modificheremo il modo di affrontarlo.

Per chi volesse approfondire l’affascinante mondo filosofico delle quasi-cose, consiglio: Quasi-cose. La realtà dei sentimenti. Tonino Griffero (Mondadori)

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